Remo Squillantini...
a cura di Tommaso Paloscia

A Stia, Remo Squillantini c’era nato e anche dopo il trasferimento a Firenze vi alternava periodi di riposo quando il lavoro che lo impegnava ossessivamente esigeva qualche pausa fra i monti dei Casentino. Là dove le acque dell’Arno, prossime alla sorgente, sono limpidissime e i pesci vi guizzano ancora tranquilli, lontano dagli inquinamenti che il fiume raccoglierà scendendo a valle per avvelenarsi sempre più attraversando centri abitati come Firenze e Pisa. Fino al mare.  Ora a Stia tornano le sue pitture che nel Palagio Fiorentino si riuniscono in una mostra molto bella: caloroso omaggio alla figura dei concittadino scomparso cinque anni fa.  Ci aveva lasciati, Squillantini, proprio nel momento in cui gli piovevano addosso con un certo ritardo i riconoscimenti ormai senza riserve che la critica e il mercato gli elargivano generosamente.  Ma quanto aveva sofferto per quelle riserve spesso acrimoniose! Non che le contraddicesse pubblicamente-perché era abituato a meditarle in silenzio nel chiuso dei suo studio di viale Milton, a Firenze, nel quale reagiva umilmente alle critiche disegnando e dipingendo senza posa; quasi a trarre stimoli alla sua creatività ormai strettamente connessa a un linguaggio espressionista che gli era riuscito di personalizzare. Meravigliosamente, direi. La polemica, dunque, soprattutto quella fiorentina che in realtà più delle altre lo turbava, pareva estranea a quella naturale compostezza e al signorile atteggiamento osservato con cura nei contatti col prossimo.  Né traspariva dai suoi dipinti. Egli sapeva ad ogni modo che la critica avversa di cui si era accompagnata sempre la sua pittura altro non era che una disputa di principio le cui radici sono antiche e voluttuosamente coltivate in Toscana sul modo di intendere l’arte visiva: un modo che ancora non vede di buon grado l’antigrazioso; e anzi l’avversa più apertamente quando a praticarlo sia un artista di casa, quasi che si renda colpevole di grave ripudio se non di alto tradimento nei confronti di un sacro retaggio le cui vicende gloriose risalgono ad epoche remote.  E tuttavia la polemica non ancora chetatasi (e come potrebbe tacere all’improvviso un fenomeno che dura da secoli?), non si è mai riferita né si riferisce alla validità del pittore chiunque esso sia; una validità che resta indiscussa poiché il bersaglio, dunque, è ben altro in quanto riguarda la gradevolezza o meno dell’espressione. Nel caso di Squillantini, poi, si ha una situazione surreale che il pubblico toscano perpetua in un rapporto del tutto fantastico con il pittore; ed è come se questi, a ogni mostra che si apre nel territorio, torni fra noi e possa finalmente intendere le ragioni dei contrasto e di conseguenza mutare rotta. Per fare finalmente felici gli irriducibili. Lo si avverte dal tono delle discussioni che ora, a dire il vero, si sono fatte bonarie. E poiché si ha la sensazione che il pittore medesimo partecipi all’agitazione del problema violando quel suo rituale rispettoso silenzio - che non era disinteresse per quanto accadeva intorno a lui ma un personalissimo modo di comunicare tacendo - il clima di rievocazione esprime cordiale e talvolta calorosa amicizia.  Ero amico di Squillantini da quando praticava l’illustrazione per prestigiose case editrici con un lavoro di riproposte fascinose in cui animali di ogni specie e piante e alberi prendevano lentamente vita nel segno e nel colore per virtù - sembrava - di un incantesimo donde scaturivano descrizioni nel dettaglio di meravigliose farfalle che avevano le ali della fantasia ed erano insetti reali. Già a quell’epoca era considerato un uomo di successo e quel suo “grazioso” dipingere il vero-naturale appassionava un pubblico d’élite che ripagava con doverosa gratitudine la tenerezza di quell’operare al servizio delle scienze naturali. E’ evidente ai miei abituali lettori che in simili termini ho già cercato di riproporre l’antefatto della “carriera” artistica di Squillantini il quale proprio a questo punto interrompe bruscamente una situazione estremamente favorevole dal punto di vista dei prestigio personale e dell’alta considerazione in cui era tenuto nel campo dell’arte dell’illustrazione. Una decisione coraggiosa comunque che meritò il plauso di molti estimatori ma anche il disappunto di quanti - fedelissimi del verismo naturalistico - si trovarono da un giorno all’altro di fronte a un cambiamento di indirizzo linguistico sbalorditivo. Il vero è che si trattò della esplosione di un desiderio troppo a lungo represso poiché l’artista aspirava ormai da tempo a dipingere fuori dal rigore degli schemi che l’illustrazione esigeva; e quando avvertì che il momento giusto era arrivato, volle dimostrare subito di che cosa fosse capace operando in piena libertà creativa. L’evento - perché di evento si trattava - non ebbe eco clamorosa; forse perché si manifestò nel rituale silenzio che il chiuso dello studio fiorentino difendeva tenacemente. Forse anche perché l’evoluzione del linguaggio, scelto da tempo in quanto egli lo considerava il più fedele ai suoi autentici principii estetici, fu rapida tanto era l’assillo di interpretare e dissacrare la realtà nelle forme tradizionalmente osservate: un assillo insito nell’atto di ribellione che l’esordiente pittore consumava contro T’illustratore autorevole perché affermatissimo. Anch’io, che pure lo seguivo da molto tempo, mi trovai per caso dinanzi alle nuove espressioni di Squillantini; ed anch’io rimasi sconcertato da quel “suo” espressionismo, vale a dire da un linguaggio desunto dal filone tedesco ma che si esprimeva disinvoltamente con monocromie improprie tendenti al giallo vagamente imbrunito. Ricordo che il quadro ancora fresco sul cavalletto, era affollato di immagini di donne e di uomini in timidi atteggiamenti, come sorpresi da un fotografo indiscreto, “personaggi un po’ smarriti che davano la sensazione di essere riflessi da specchi deformanti”.  Il pittore mi confidò di avere affidato la sua nuova versione dell’arte figurativa nelle mani dei collezionista-mercante Remo Bianco e mi richiese un parere su tutta l’operazione. “Questa pittura mi piace ed è a mio giudizio una scelta importante; e poi - aggiunsi - Bianco si chiama Remo come te: due remi buoni dunque per spingere la barca dovunque vogliate andare”. La strada imboccata era piena di incognite, certo; irta di ostacoli e di rischi, e tuttavia con tantissime promesse celate dal velo che ci separa sempre dal futuro ma recepite dall’entusiasmo dei nuovo viandante. Silenzio e solitudine, in quelle immagini piazzate sul cavalletto nell’atmosfera di un’anteprima . e notavo che il silenzio e la solitudine del pittore erano trasferiti in quelle “persone”  che prendevano via via forme decisamente antigraziose, costette, anzi, invitate giacchè non v’era traccia di violenza, a inserirsi solitarie nella pluralità di esemplari analoghi che le circondavano in un clima di incomunicabilità dell’Antonioni; tanto allucinata appariva indifferenza per le molte presenze, allucinata indifferenza dipinta con studiata ambiguità nei loro volti di protagoniste. Mantenere la continuità su questa linea è stata impresa difficile oltre che straordinariamente impegnativa, cosi come si era rivelata la sua ferma decisione di restare fuori della polemica sulle scelte poiché avvertiva nella sua finissima sensibilità che a poco a poco il successo gli proveniva da fuori della toscana. Bianco in effetti aveva puntato le sue certezze sulle aree settentrionali dei paesi che risposero all’invito di lui con benevolenza dapprima e successivamente con entusiasmo. Nonché consensi gli mancassero in casa che anzi gli provenivano da esperti autorevoli come Maccari, ad esempio, il quale diceva che i personaggi di Squillantini erano “degli eredi dei guisti” e il pittore ne era orgoglioso e non ne faceva mistero. Il linguaggio pittorico espressionista di origine tedesca che in una certa epoca tendeva verso una malcelata simpatia per le opere dell’irlandese Bacon dei quali amava proprio il senso della solitudine, a poco a poco prese la strada di una personalizzazione intensa che percorse fino ad evidenziare quella solitudine in mezzo alla folla: un “espediente” simpatico, certo, ma anche convincente che Sughi – un altro artista che ricordo sempre con piacere e ancora seguo con immutato interesse – aveva rappresentato con la sua accattivante pittura italiana in ambienti da Party, tuttavia, in cui i personaggi bel delineati non incrociavano mai i loro sguardi. Incomunicabilità marcata, dunque. Squillantini ne era agli antipodi rifiutando la ricercatezza delle “mises” femminili e degli ambienti da ricevimento ma le sue espressioni non erano meno efficaci e la popolarità delle situazioni anche se riproposte in ambienti elitari trovavano nelle cromie ricavate intorno al giallo brunito e ai rosa ( talvolta persino nei colori accesi di cui amava vantare la complessità delle armonie ) una collocazione difficilmente riscontrabile in altri pittori del suo tempo. Sono tante e diverse fra loro ad ogni modo le occasioni offerte per cicli alla sua sempre rinnovata creatività (dal “Cabaret” al “Jazz” movimentatissimi fino a rasentare la bolgia del divertimento di massa, dai “I sette peccati capitali”alla ‘Vacanza” persino al “Party”...) si sviluppano ad ogni modo lungo una lenta altalena fra l’invenzione mentale e il ricordo di un istinto illustrativo ben controllato ma mai totalmente soppresso. Ne è risultata una continuità stilistica in cui il colore che penetra i personaggi ha una sua funzione molto precisa e “straripa negli abiti e le capigliature femminili spesso rigonfie e nelle mani incrociate sul petto da esemplari maschili chiamati a recitare un ruolo ambiguo nel bestiario sociale espressamente inventato. Un bestiario (chiedo scusa dell’autocitazione) investito di un’importanza esteriore e forse di superficie, invocato a testimoniare dei pericoli che si celano sempre nell’ardita trasmigrazione dall’area dell’illustrazione a quella della pittura”.  E proprio perché su un tale itinerario si riflette certamente l’eco dei successo disperatamente cercato e ottenuto lontano dalla sua Toscana nella quale è rientrato a cose fatte, sono sicuro che Squillantini attende qui, nella nativa Stia, un calore che superi la natura virtuale dell’incontro e durante il quale egli sarebbe in grado, da vivo, di persuadere gli incerti che quel colore di cui si diceva che contaminasse i suoi dipinti era invece “il misterioso colore della mente” che aveva enormemente contribuito al suo trionfo nell’arte contemporanea.